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" Un intellettuale a Gessate "
" Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma una guerra della nazione con un cittadino, , perchè giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte nè utile nè necessaria, avrò vinto la causa dell'umanità." Una frase scritta oggi in occasione della richiesta di moratoria per la pena di morte? No, questo scriveva nel 1764, nel suo piccolo saggio " Dei delitti e delle pene" , proprio quel Cesare Beccaria vissuto a lungo a Gessate, dove ancora oggi si vedono le vestigia dell'antica villa di villeggiatura della famiglia. Di questo interessante saggista si conoscono le poche notizie che riportano i libri scolastici: illuminista lombardo , grande amico di Pietro Verri, faceva parte del gruppo della rivista "Il caffè", era il nonno del molto più illustre Alessandro Manzoni, e, per buon ultimo, viene riportato che ha scritto un " libretto " di natura giuridica, "Dei delitti e delle pene". Tutto qui? Prestiamo attenzione ad alcune notizie, scopriremmo alcuni indizi che fanno riflettere: alla pubblicazione del "libretto" del Beccaria nel 1764 a Parigi, centro culturale dell'Europa del '700, scoppia l'entusiasmo fra gli illuministi; nel 1786 il granduca di Toscana Pietro Leopoldo attua i principi del Beccaria nella riforma della legislazione penale; ci fù chi lo ritenne pericoloso, il libro fù messo all'Indice dalla Chiesa Cattolica nel 1766; ultimo indizio e forse il più significativo: il libro fù conosciuto dalla Russia di Caterina II, che voleva l'illuminista tra i suoi consiglieri , fino agli Stati Uniti di Jefferson.Una risonanza mondiale per un saggio di 47 capitoletti che mise in subbuglio i governanti e gli intellettuali dell'intera Europa ed oltre. Era lo scritto giusto al momento giusto ? L'Europa del '700 è pervasa da un clima culturale nuovo, si diffondono nuovi valori come la supremazia assegnata alla ragione come strumento di conoscenza della realtà e criterio da seguire nell'organizzazione della vita individuale e sociale; l'utilità sociale è considerata come il fine ultimo dell'attività del singolo, dal letterato al governante; valori che emergono prepotentemente nello scritto del Beccaria. Lo scritto è rivoluzionario eppure lo stile è semplice, tecnico, lineare, quasi dimesso; il contenuto, di contro , è una bomba pronta a esplodere. Diamo un'occhiata quà e là.

Capitolo VI
Proporzione fra i delitti e le pene: "...Se una pena uguale è destintata a due delitti che disegualmente offendono la società, gli uomini non troveranno un più forte ostacolo per commettere il maggior delitto, se con esso vi trovino unito un maggior vantaggio."
Capitolo XIX
Prontezza della pena : " Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, ella sarà tanto più giusta e tanto più utile...Il processo medesimo dev'essere finito nel più breve tempo possibile".
Capitolo XXVII
Della pena di morte: " Quale può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi...non è dunque la pena di morte un diritto , ma una guerra della nazione con un cittadino."
Capitolo XLI
Come si prevengono i delitti : " E' meglio prevenire i delitti che punirli.....Volete prevenire i delitti? Fete che le leggi siano chiare e semplici e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle, e nessuna parte di essa sia impegnata a distruggerle".
Come non essere d'accordo, come non rattristarci nel constatare che tali parole ancora oggi sono teoria troppo spesso priva di applicazione? Queste le idee.Ma chi era l'uomo Cesare? Dai suoi scritti, in particolare dalla sua corrispondenza pubblicata nel 1998 a Milano da Mediobanca nella bellissima opera "Cesare Beccaria opere", emerge il ritratto di un uomo caratterizzato da una sorta di caparbietà frutto della timidezza, non sempre sicuro, a volte contraddittorio, nel complesso introverso e quasi sospettoso. Vediamo alcuni importanti momenti della sua vita. Nasce a Milano da famiglia nobile ma non di solide possibilità economiche, passa le sue estati nella villa di famiglia a Gessate, dove, proprio durante una di queste villeggiature, nel settembre 1760, conosce Teresa Blasco, giovane, avvenente, un pò superficiale, di famiglia modesta con aspettative di promozione sociale. Il matrimonio fra i due crea gravi contrasti fra Cesare e la sua stessa famiglia. La "civetteria" di Teresa. la sua fanciullesca leggerezza nelle frequentazioni maschili rendono Cesare malinconico e introverso, trova aiuto e conforto nella amicizia fraterna con Pietro Verri; la partecipazione al vivace e stimolante gruppo di giovani intellettuali illuministi milanesi raccolti intorno alla rivista " Il caffè" segna la sua vocazione letteraria; da questi stimoli nasce il suo trattato " Dei delitti e delle pene ". Con la pubblicazione del suo saggio arriva, inaspettata e indesiderata, la fama per lui e per il gruppo degli illuministi lombardi guidati dai fratelli Verri; viene invitato a Parigi e Londra per presentare la sua opera ed entrare nel " Ghota " dell'intelligenza europea; è ormai proiettato sulla scena politica e letteraria mondiale; il padre si è indebitato per permettergli questo viaggio, gli amici ripongono in lui le loro speranze e gli affidano la loro stessa futura notorietà......Cesare non regge, emergono tutte le difficcoltà, le debolezze, le paure, è preoccupato di sapere Teresa da sola a Milano in compagnia di un giovane amico, Calderara; sente eccessivamente il peso delle aspettative di tutti, è infastidito dai disagi del viaggio....improvvisamente lascia a metà la missione e se ne torna da solo a casa fra lo sconcerto e la delusione di tutti. Sarà un colpo mortale per Pietro Verri e gli amici illuministi lombardi che vedono svanire per sempre tutte le possibilità di fama europea; Pietro non glielo perdonerà, l'amicizia si rompe, Cesare non scriverà altro di significativo.Di questa vicenda rimane,potente, il messaggio espresso nella sua opera, nella quale Cesare concepiva la giustizia quale strumento di intervento concreto sulla realtà con il fine di migliorare le condizioni materiali e morali di vita degli uomini; in questo assunto emerge l'identità della cultura lombarda nei suoi migliori aspetti: lo spirito pratico, l'utilità sociale come valore da perseguire, la giustizia e l'uguaglianza come motore cristiano della storia, valori che verranno espressi in modo più completo nell'opera del nipote Alessandro Manzoni e che ancora oggi il fondamento dello spirito pratico e costruttivo di questa parte d'Italia. Concludiamo questo breve ritratto con le parole con cui Cesare Beccaria termina il suo trattato:
" ....perchè ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, deve essere essenzialmente pubblica, pronta , necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi."
da " Dei delitti e delle pene " (Cap.XLVII)


